venerdì 16 maggio 2008

Caccia allo stereotipo

Ci fu un tempo in cui una regina venuta da un paese considerato barbaro riuscì a conquistarsi la fiducia e la simpatia della nazione di cui il consorte era il re. Era stata chiamata per rinvigorire la dinastia di un sovrano piccolo e schivo. Lei, alta e bruna si dimostrò la persona adatta. Con lei alla sinistra del monarca i nomadi ebbero sempre protezione, e ache i cittadini di allora erano incuriositi dalle tradizioni e dai balli di questo popolo errante, e le loro donne erano dotate di un fascino particolare, che suscitava l'attrazione dei mariti e il livore delle mogli, e loro feste erano qualcosa di formidabile: canti, balli, giochi, pranzi pantagruelici.
Io non c'ero, ma mio nonno si (e c'è ancora). Il paese era l'Italia e la regina Elena di
Montenegro.


Oggi qualcosa e qualcuno sono cambiati.



Io, vivrò in (quasi) campagna in un paese di provincia nella mia torre d'avario, da vero esteta, ma il problema della sicurezza non l'avverto.

Ciò non vuol dire che non esista e che la vecchiarella non lo possa avvertire. La criminalità va perseguita, ma si deve evitare a qualsiasi costo che si cominci a generalizzare, rinfocolando stereotipi sempre più affermati.
Non tutti i nomadi o clandestini sono delinquenti e criminali. L'equazione clandestino, criminale è da abolire. Se un immigrato senza permesso di soggiorno, od un nomade, lavora, anche se in nero, non può essere considerato un criminale.
Bisogna passarli al setaccio. Individuare il marcio che infetta il gruppo e scacciarlo od imprigionarlo. Sarebbe opportuno che gli stessi immigrati coadiuvassero l'individuazione del marcio, così che tali elementi smettano di infangare il nome della loro comunità e lo stato dovrebbe garantire protezione a questi clandestini onesti che denuncia quelli disonesti, premiandoli, anche, con il permesso di soggiorno tanto agognato. E, sopratutto, è imprescindibile impedire che scaturiscano queste oscene derive violente di caccia etnica.
Siamo oramai una società multietnica, non possiamo più fare a meno dei migranti. Fanno quello che noi non vogliamo più fare. Dobbiamo imparare ad accettarli, se onesti.

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